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CALIGVLA, ammazza ammazza è tutta ‘na razza

Con CALIGVLA, ammazza ammazza è tutta ‘na razza abbiamo a che fare con un testo che si vuole misurare come prova letteraria di stile surrealista. 

Un Caligola un po’ eccentrico (ed eccentrico, comunque, lo fu) si aggira nel palazzo imperiale, smanioso di soddisfare la sua voglia di vanagloria ma interessato anche a togliersi qualche sassolino dalle scarpe (ovviamente per modo di dire: con le calighe non ci sono problemi che sassolini rimangano a dar fastidio ai piedi) in un’intervista con un fantomatico intervistatore. 

È tanto preso da queste intenzioni che quasi conduce un monologo, riducendo l’interlocutore ad una figura quasi inesistente (e non potrebbe essere diversamente in confronto a cotale imperatore). 

Qualche squarcio di quotidianità, impegni culturali e associativi (un convegno di imperatori per discutere di questioni della categoria) o di vita quotidiana, oltre agli impegni lavorativi, fatta di aperitivi, corse in mezzo al traffico di Roma e qualche goccia di malinconia qua e là. 

Questa è l’ultima intervista di Caligola che è ben consapevole della propria fine, ormai prossima, perché i congiurati si sono organizzati, ritrovatisi in gran fretta alla Stazione Termini, prima di procedere col piano si fermano a riorganizzare le idee. 

L’uccisione di Caligola fu un evento che scatenò subito tumulti popolari e una caccia ai congiurati, ma a parte questa enorme partecipazione Caligola, da quel raffinato amante delle arti drammatiche che era, avrebbe preferito un’uscita di scena più grandiosa. 

Il libro pone anche una riflessione sulla storia che anela a divenire “scienza”: sinora si sono tenute in maggior considerazione le testimonianze che hanno dato una lettura sostanzialmente negativa di Caligola, passando in second’ordine, o tacendo addirittura, testimonianze autorevoli con altro indirizzo. 

Purtroppo, ci sono tantissimi esempi in cui la storia è stata fatta dai vincitori, con una corsa alla distruzione o alla manipolazione di prove che mostrano un andamento diverso dei fatti. La storia che pretende di essere considerata scienza deve fondarsi su tutte le possibili testimonianze e avvalersi del supporto di altre scienze. 

                                          Merico Cavallaro 


Qui, se volete, trovate la Vostra Copia


www.studiostampa.com

Marò, ora l’India ammette: “I proiettili non erano loro”. E spunta la truffa dei testimoni fotocopia !

La perizia: pallottole troppo grandi per essere dei fucilieri. A cui si aggiungono testimonianze fatte con “copia e incolla”.
Che il processo messo in campo dall'India nei confronti dei due fucilieri di marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fosse al limite del ridicolo, non è una novità. Ma dalle carte che i legali indiani hanno consegnato al Tribunale internazionale per il diritto del mare di Amburgo, emergono alcuni dettagli sconcertanti.

Non solo quelle testimonianze fotocopia rilasciate da alcuni pescatori sopravvissuti il giorno in cui Valentine Jelastine e Akeesh Pink persero la vita, ma soprattutto l’allegato numero 4 che riporta l’autopsia svolta sul corpo dei due pescatori uccisi. Sembrava essersi persa nei cassetti dei tribunali indiani, e invece è rispuntata ad Amburgo. Nel documento, la prova che i proiettili che hanno colpito a morte i due indiani non sono quelli in dotazione ai marò.

Le deposizioni.
Come riporta il Quotidiano Nazionale, in un articolo a firma di Lorenzo Bianchi, le testimonianze di chi avrebbe assistito alla morte dei due pescatori si assomigliano eccessivamente. Come se nell’essere redatte fossero state scritte dalla stessa mano e opportunamente falsificate in modo da dimostrare la colpevolezza di Latorre e Girone. Dopo gli eventi del 15 febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala, i testimoni dichiarano che gli assassini sono i “sailors”, i marinai, facendo nome e cognome dei due marò. Le testimonianze, allegate tra le carte che l’India ha depositato ad Amburgo, sono contenute nell'allegato 46.

A rilasciarele sono il comandante del peschereccio, Freddy Bosco (34 anni), e il marinaio Kenserian (47), i quali dichiaro “onestamente e con la massima integrità” che la loro imbarcazione “finì sotto il fuoco non provocato e improvviso dei marinai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone della Enrica Lexi”.

Il primo campanello d’allarme riguarda proprio il duplice errore riportato nei verbali. Entrambi i marinai, infatti, avrebbero sbagliato a pronunciare il nome della nave difesa dai Marò, che infatti si scrive “Lexie”. Ora, la cosa più probabile è che entrambe le dichiarazioni siano state scritte dalla stessa persona con una sorta di “copia e incolla” necessario per far coincidere le due versioni.

Ma non sono solo queste le corrispondenze. Altri passaggi sembrano scritti con la carta carbone. Secondo i due testimoni, i “tiri malvagi” hanno provocato la “tragica morte dei cari amici e colleghi Valentine, alias Jalestin, e Ajesh Binke”. Anche sulle loro condizioni dopo l’evento, la versione coincide in maniera sospetta. I due pescatori avrebbero subito una “indicibile miseria e una agonia della mente, una perdita di introiti. La nostra ordalia non è finita”.

Secondo Luigi Di Stefano, perito di parte che ha seguito la vicenda di Ustica, l’India non avrebbe dovuto consegnare queste carte al Tribunale di Amburgo. Che non aveva il compito di giudicare le responsabilità dei Marò, ma solo quale fosse il Paese legittimato a tenere il processo. Un modo quindi per ribadire la colpevolezza non dimostrata di Latorre e Girone, mossa che però ha fatto calare un velo di legittima dubbiosità sulla veridicità delle testimonianze.

Il proiettile.
Non è tutto. Perché il più interessante dei documenti consegnati dai legali indiani ai giudici di Amburgo è l’autopsia che l’anatomo patologo K. S. Sasika fece sui due pescatori uccisi. Nella seconda pagina dell’allegato 4, infatti, si legge che il proiettile estratto dal cervello di Jalestine è troppo grande per essere uscito dalle armi dei fucilieri di marina. Quello misurato dal medico aveva un’ogiva di 31 millimetri, una circonferenza di 20 millimetri alla base e di 24 nella zona più larga. Le munizioni in dotazione ai Marò, invece, sono dei calibro 5 e 56 Nato. Il proiettile italiano misura solo 2,3 centimetri, quindi è evidente che quello estratto dalla testa del pescatore non possa essere stato esploso dai mitra Minimi e Beretta Ar 70/90 di Latorre e Girone.

Infine, dalle carte si evince che il Gps del Saint Antony dove hanno trovato la morte i pescatori venne fatto recapitare dal capitano dell’imbarcazione non il giorno in cui attraccò al porto, ma solo 8 giorni dopo. Conservando tutto il tempo necessario a manometterne i dati.

Fonte: Il Giornale

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